Ultimo di un'antica stirpe, vago nella tenebra, come un infelicissimo Aragorn senza l'amore della sua Arwen.
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Siete precipitati nell'Averno profondo *loading* volte
Il primo sogno della notte è stato grottesco oltre ogni limite. Una amica, di cui non faccio neanche l'iniziale del nome (si dice il peccato ma non il peccatore) era nuda nella sua stanza da letto. Mentre stava in piedi davanti allo specchio, un essere alto un metro che sembrava un incrocio tra Brunetta e il nano Bagonghi arrancava per riuscire ad arrivare a possederla carnalmente da dietro. Lei si chinava per facilitare l'atto, ma il copulatore faticava a mantenere la presa e rischiava di scivolarle giù dalle natiche. Tale ridicolo accoppiamento mi è parso ancor più comico di quella volta che ho sognato Vianello che vomitava addosso alla Mondaini. Naturalmente l'amica in questione non la penserebbe come me.
Il secondo sogno della notte è stato invece angosciante. Ero nei tunnel della metropolitana e avevo perso completamente l'orientamento. Non c'era una stazione che conoscessi, e anche le scritte erano in una lingua del tutto ignota. A un certo punto sono arrivato in una zona piena di piccoli binari a filo del pavimento, su cui correvano pericolose ruote di ferro simili a quelle di un treno. Cercavo di evitarle con acrobazie impossibili, ma a un certo punto ecco che cominciavano a collidere tra loro intersecandosi, affettandosi a vicenda come se fossero di burro. L'allarme ha cominciato a suonare, ma presto ho capito che era la sveglia e mi sono destato in uno stato di stanchezza atroce.
Nemesi di quarzo
Stempero note metalliche, svanisce in un gorgo la motriglia nucleica. Reti di sinapsi al collasso disegnano mappe di galassie in decomposizione. Reticoli cristallini composti da buchi neri celati da orizzonti degli eventi artificiali, stelle a neuroni costruite su commissione da ingegneri quantomeccanici delle dimensioni di una capocchia di spillo. Ruggisce il delirio del Censore Cosmico, incapace di occultare pullulazioni di singolarità nude. Sfregi nel tessuto spaziotemporale aperti attraverso un passaggio invisibile in un supermercato giapponese, usando strumenti per il bricolage e acidi alchemici. Ecco che un esercito di esserini scaturisce dai bassifondi dell'universo per smantellare ogni cosa scomponendola nei suoi costituenti primi. Brulicando, masse di vermi dotati di artigli seghettati disegnano una nuova geografia, mentre un urlo in frequenza di risonanza infrange l'ultima parvenza di armonia interstiziale. Diamanti fatti di infinità di teschi contratti nel ghigno, gemme che rifulgono blu nella durezza caotica del nero mantello stellare.
Proteo elettrodinamico
Un quanto di ansia si agita all'interno della matrice di questo manto che avvolge lo spazio con i suoi diverticoli. Gli eventi cristallizzano e si presentano come su una mappa delirante, tracciabili in forma di mosche verdognole e duramente fluorescenti. Gli insetti sembrano picche di acciaio vivente, con occhi acuminati tendenti al nero psichedelico e rostri in forma di serpenti nanorobotici. Rimango lì fisso, a contemplare questa danza abominevole sulla ragnatela neurale in cui sono criptate tutte le nazioni del pianeta.
Toroide subliminale
Trasparente, come inanimato. Il suo nucleo è delirante e grigiastro, anche se non ha una forma sua. Le sue propaggini esterne mi avvolgono in un esile vento di ricordi del futuro. Un tremolio incolore nella gelatina dello spaziotempo. Non so come descrivere questa tonalità dell'inesistenza, questa infetta manifestazione fenomenica. Mi assale, ed è inutile. Tempo retrogrado, la follia che turbina al contrario, riportando in essere la nullità di un vacuo abbandono nelle caverne della solitudine.
Ritmo Insostanziale
Intono un canto senza forma e contemplo il dissiparsi del noumeno intorno a me. I pensieri prendono forme vaghe e confuse. Rimugino, sospeso in un etere in cui le sensazioni muoiono. Ne ero certo, ciò che ho conseguito non poteva che identificarsi con una strana forma di Nulla. I colori della mente fluivano iridescenti, ma ora hanno cominciato a disperdersi. Sono stordito da un senso di noia essenziale e di vuoto. Ogni dettaglio dell'universo mi colpisce con la violenza della sua caducità.
Una notte quasi insonne. Mi sono svegliato alle tre e mezza e sono rimasto inquieto, continuando a rigirarmi nel letto senza riuscire a prender sonno. Già nella mente mi si formavano immagini e sequenze della giornata abominevole che sarebbe seguita. Sapevo che era prevista una riunione sul lavoro, defatigante e piazzata proprio nel pomeriggio. Ho chiuso occhio poco prima delle sei, poco prima di dovermi alzare. E' stato solo un istante, e un'immagine si è animata davanti ai miei occhi. Il pianeta Terra, con i suoi oceani azzurri. Ecco all'improvviso un sommovimento tremendo esteso a tutto il globo, proveniente dalle viscere. Le acque si sono gonfiate fino a eruttare in modo spaventoso, precipitando dall'altezza raggiunta e sommergendo completamente tutti i continenti. La morte totale dell'umanità, improvvisa, irrevocabile, in pochi istanti l'annientamento dell'intera Storia. Sapevo di trovarmi là, stritolato dal muro d'acqua e di cemento. Mi sono svegliato urlando a squarciagola. Guardando l'orologio mi sono reso conto di aver dormito davvero pochissimo, neanche un minuto primo.
SIA SEMPRE ONORE A YUKIO MISHIMA!
Seguo la traiettoria di un dardo d'orrore, un nucleone nero e acuminato, deformato da insopportabili forze tensoriali. Il proiettile sfreccia come un'anguilla di colla quarkionica, perforando le strutture microcristalline del reticolo craniale, vettore di panico assoluto, compatto, mortifero.
L'ESTINZIONE DELLE LINGUE E' UNA REALTA'
Da un po' di tempo rifletto su un bizzarro argomento, che secondo me riveste il massimo interesse etnologico: l'originale lingua dei Pigmei. Pochi sanno infatti che le popolazioni africane conosciute come Pigmei non conservano una lingua loro propria, ma hanno appreso nel corso dei secoli le lingue delle popolazioni vicine con le quali hanno sviluppato rapporti di dipendenza. Così la grande maggioranza parte dei Pigmei parlano lingue Bantu, mentre qualche gruppo ha adottato lingue di ceppo diverso.
Secondo Cavalli-Sforza, due sarebbero i tipi genetici sprovvisti di una lingua propria nota: i Pigmei e i Sardi. I Sardi attuali infatti parlano una lingua derivata direttamente dal Latino. Anzi, il Sardo è una delle lingue neolatine meglio conservate. Prima di apprendere il Latino, i Sardi parlavano Punico e Nuragico. Il Punico era una linga affine all'Ebraico, mentre sul Nuragico si possono fare soltanto congetture, anche se con tutta probabilità era affine al Basco.
Va detto che mentre i Pigmei dell'Africa non conservano una lingua loro propria, ci sono molti altri gruppi detti Khoi-San, ossia i Boscimani e gli Ottentotti, che hanno lingue peculiari e irriducibili a qualsiasi altro ceppo. Due popoli di cacciatori-raccoglitori della Tanzania, i Sandawe e gli Hadza, hanno lingue prive di parentele, né tra di loro né con altre lingue, salvo forse quelle di gruppo Khoi-San.
Se si guarda la situazione fuori dall'Africa, si scopre che anche in Asia esistono popolazioni di bassa statura, con capelli crespi e la pelle molto scura: sono quelli che gli Spagnoli chiamarono Negritos. I primi esploratori venuti dalla Spagna che si imbatterono in queste genti si dissero certi della loro origine africana. Tra questi popoli ci sono i Semang della Malesia, gli Aeta delle Filippine e altri gruppi sparsi per l'arcipelago dell'Indonesia. Nessuno di questi gruppi parla una lingua propria: la situazione è simile a quella dei Pigmei Africani. La massima parte di loro ha adottato una lingua del ceppo Austronesiano, come ad esempio il Malese. Ci sono anche altri popoli peculiari di origine certamente remota: i Vedda di Sri Lanka e le genti delle Isole Andamane. Gli Andamanesi hanno mantenuto lingue proprie, a differenza degli altri ceppi, che sono del tutto prive di qualsiasi somiglianza nel resto del mondo. Tale è l'arcaicità degli Andamanesi che ignoravano del tutto il modo di accendere il fuoco. Per colmo dell'ironia, un proverbio dei Pigmei dell'Africa suonerebbe irrispettoso se applicato agli Andamanesi: "La scimmia non è un uomo, solo perché non sa accendere il fuoco".
A dire il vero se si studiano bene le lingue dei Pigmei dell'Africa e quelle dei Negritos dell'Asia, si scopre che qualche parola antica è sopravvissuta. Nell'idioma dei Baka, ad esempio, il 30% del vocabolario è di origine sconosciuta. Tra i gruppi africani sono prive di relazioni esterne le parole relative alla vita nella foresta, alla raccolta del miele, oltre ai numerali. Anche tra i Semang (che parlano Malese) e i Vedda (che parlano Singalese) si trovano molti termini isolati. Presso i Vedda si segnalano ad esempio termini come GALREKKI 'ascia', RUHANG 'amico', KUKKA 'cane', OKMA 'bufalo', TOMBA 'lumaca' e via discorrendo. Così esisterebbe modo di approfondire gli studi fino a capire qualcosa di più. Cercando in Rete, ho trovato alcuni interessantissimi documenti, anche se il materiale che trattano è limitato. Purtroppo noto che non c'è molta apertura mentale. Mi sono infatti imbattuto in un post scritto da un anglofono, che usa il Rasoio di Occam, negando la possibilità che tutte quelle lingue siano andate perdute. Così, in nome di una semplicità dogmatica e compulsoria, questa persona è arrivata a sostenere che gli antenati dei Pigmei erano esseri del tutto privi di parola, e che a un certo punto hanno imparato a parlare dai loro vicini. "Cosa c'è da stupirsi?" - si domanda addirittura in un passo - "In fondo le scimmie antropomorfe non hanno ancora imparato a parlare".
Non mi hanno mai convinto le teorie di Hannah Arendt sulla "banalità del Male". Il Male non è mai banale, proprio in virtù della sua esistenza come principio ontologico separato. Dopo aver letto il post insulso di questo sedicente studioso, sto però cominciando a capire che esistono anche realtà che sono ben al di sotto dello stesso concetto di banalità.
Avevo un'identità del tutto diversa da quella attuale. Ero un adolescente e mi trovavo in un contesto a me sconosciuto. Con me c'erano due ragazze vestite di bianco, con le chiome corvine e il trucco dark. Dovevamo ascendere ai Cieli servendoci di una scala che portava al mondo superno, proprio al di sopra delle nubi. Questa rampa si trovava all'interno di un palazzo, solo un po' più alto. Il problema era che Lucifero se ne era impadronito, alterandone la forza di gravità e ponendola eguale a 1,7 g. Così non riuscivamo quasi a far le scale. Una fatica tremenda, che pareva eterna. Quando siamo arrivati in quel supramondo, ci siamo accorti che aveva le parvenze della Val Veny, ma più piana e con molti casolari e baite. Qui ho incontrato Nodens e F., che portava con sé la sorella e il padre. Non era però il padre della realtà di veglia. Era invece una figura antropoide fatta interamente di sterco. Le fattezze non erano le sue, erano invece quelle di Bud Spencer, scolpite interamente nella materia fecale. Dopo un periodo di sonno non REM mi sono ritrovato alla Stazione Centrale, che però della Centrale aveva solo il nome, essendo invece identica a Lambrate. Avevo corso per prendere il treno, ma ecco che il cartellone mi indicava corse assurde. A fianco di ogni luogo di provenienza c'erano icone stranissime. Soli neri, svastiche, ideogrammi cinesi, numeri rovesciati, tutti con riflessi metallici. I nomi erano ancora più strani. Ricordo accanto a un ideogramma cinese il nick del carissimo 7di9. All'improvviso mi sono reso conto che il treno che dovevo prendere non sarebbe passato. Così mi sono messo a correre verso Porta Garibaldi, sotto il solleone, seguendo strade abbandonate e aiuole piene di polvere. Un suono insinuante segnava il ritmo dell'angoscia assoluta. Non riuscivo a liberarmene, era ritmico, come una serie di stilettate nei timpani. A un certo punto mi sono reso conto che era la maledetta sveglia.
Nessun organismo vivente può conservare a lungo la propria salute mentale vivendo in condizioni di realtà assoluta; si pensa che persino le allodole o le cavallette sognino. La Casa sulla Collina, per nulla sana, sorgeva isolata contro le sue alture, custode di tenebra; sorgeva da ottant’anni e quasi vi sarebbe stata per altri ottanta. Al suo interno i muri stavano dritti, i mattoni si congiungevano con ordine, i pavimenti erano saldi e le porte erano giudiziosamente chiuse; il silenzio posava uniforme sui legni e sulle pietre della Casa sulla Collina e qualunque cosa vi si aggirasse, si aggirava in solitudine.
Shirley Jackson - La Casa degli Invasati
Sono uscito di casa in mezzo alla nebbia, sentendomi come un morto vivente. L'atmosfera era di una tristezza infinita, persino innaturale. Arrivato alla stazione vi ho trovato in atto uno sciopero dei treni. Improvviso. Mi sono anche reso conto che i binari erano disposti in modo molto diverso da come sono nella realtà di veglia. C'erano molti più binari e piattaforme, e anche una cupola simile a quella della Centrale di Milano. Sui tabelloni erano indicati dati senza alcun senso. Ogni tanto partiva un piccolo treno a gasolio, composto di due vetture, al massimo tre, di quelli bianchi e azzurri. Le corse però non superavano le due fermate. Sono tornato a casa in preda allo sfinimento, solo che abitavo in una cantina illuminata da una piccola lampadina a incandescenza. C'era un armadietto di legno su una delle pareti gialle. L'aprivo, e vi scoprivo un uccello vagamente simile a un pappagallo grigio, ma con il becco lungo. Era un kaka, e si diceva che fosse di malaugurio. La sua vista mi faceva venire i brividi, come se fosse un animale morto rianimato dalle arti di un necromante. C'erano anche Nodens e suo fratello, e chiedevo loro cosa si potesse fare per liberarsi di quell'orrore. A un certo punto il fratello di Nodens ha preso un'asticella di legno e ha toccato il kaka, che si è messo a sbattere le ali e mi è volato addosso, gelido come la morte. Mi si è piantato sul collo, e il tocco dei suoi artigli e delle sue ruvide piume mi ha causato una strana sensazione di dolore, tra il solletico insopportabile e lo strazio delle carni. Per riflesso ho stretto il collo contro la spalla, stritolando il kaka - seppur con fatica - e svegliandomi in preda al ribrezzo. Per tutto il giorno sono rimasto con addosso quel contagio nefasto, come se mi fossero state buttate addosso le ossa cariate di un cadavere.
In una notte di luna piena mi trovavo dalle parti di Bergamo. Mi sono imbattuto in un uomo il cui aspetto non ricordo affatto, che spingeva lungo una stradina una carriola piena zeppa di gechi grigi a chiazze nere. Alcuni, i più grossi, erano sul punto di morire soffocati, mentre quelli più piccoli guizzavano. Molti rettili si erano sparsi per terra e si muovevano a malapena, al punto che il sentiero dietro la carriola aveva il sinistro aspetto di un carnaio.
Tempo cadaverico. Non scorre. Ne sento l'olezzo. Gli istanti sembrano non fluire neanche più, come acqua marcia che ristagna in uno scarico otturato. Una sensazione di stantio. La percezione è stantia. Le molecole sono stantie. Il cronotopo di Minkowski fluttua nella sua opaca stasi, irradiando rancidume esistenziale, ammorborbando il cimitero delle mie giornate.
Senso di vuoto. Mancanza di contorni e di definizione degli enti. Turbina in un bianco accecante e infetto. Nulla. La struttura dell'ontologia è stata digerita da larve generate dal tessuto temporale degenere. Secondi incancreniti in un flusso aberrante. In me la morte segue tortuose traiettorie intorno a se stessa, neanche un quanto di linearità. Rinsecchiscono e crollano in polvere le carcasse di meccanici classici.
Torna la fantascienza italiana su RaiNews24
A distanza di mesi, il programma Tempi Dispari sul canale del Digitale Terrestre Rai torna a ospitare personaggi del panorama fantascientifico italiano. È la volta di Francesco Verso, fresco vincitore del premio Urania Mondadori 2008 con il romanzo e-Doll.
Giovedì 12 novembre, alle ore 22.00, Francesco Gatti, all’interno del programma Tempi Dispari intervisterà lo scrittore di fantascienza del momento, il connettivista Francesco Verso, in questi giorni in edicola con e-Doll, romanzo vincitore del premio Urania Mondadori 2008.
Quale migliore occasione per conoscere questo scrittore meticoloso, innovativo, che tanta curiosità sta sollevando? Verrà indagata la sua naturale adesione al movimento connettivista e i suoi punti di vista sul Futuro, su ciò che ci aspetta e sulle connessioni col Passato. Accanto a lui in trasmissione, un altro connettivista: Sandro Battisti, co-fondatore del Movimento insieme a Giovanni de Matteo e Marco Milani.
Tempi Dispari nei mesi scorsi ha ospitato un buon numero di esponenti della SF nostrana, come Dario Tonani, Donato Altomare, Giovanni De Matteo, Giuseppe Lippi, Valerio Evangelisti, Sandrone Dazieri, Giampietro Stocco, Silvio Sosio ed Elisabetta Vernier.
La trasmissione è visibile anche in streaming web, cliccando sull’indirizzo http://www.rainews24.rai.it/
ran24/extra/live/
Restate connessi!
Su BooksBlog.it è uscita un'intervista a Francesco "Xabaras" Verso, fresco vincitore del Premio Urania 2008 e attualmente in tutte le edicole del Paese. Un estratto:
La fantascienza, dunque. Un genere che andrebbe sdoganato oppure si difende bene anche da sé?
La fantascienza è un genere già sdoganato in tutto il mondo. E’ il genere che, forte dello sviluppo scientifico degli ultimi secoli, si e’ innestato naturalmente sul filone del fantastico. E il fantastico ha sempre avuto grande risonanza, e’ il genere della nostra infanzia, è il genere più potente che esista, quello in grado di spalancare le porte dell’immaginazione. Basti pensare a Omero, a Cervantes, a Rabelais, a Poe, a Calvino, a Lovecraft e J.G. Ballard, senza scomodare i maestri della SF. In Italia essa patisce quanto qualsiasi altro settore che prediliga l’immaginazione e la ricerca rispetto alla tradizione e alla conservazione, un fatto che a mio avviso colpisce anche altri settori che fanno da traino alla nostra economia. Anche quei marchi storici che si fanno un gran vanto di portare alta la bandiera del nostro paese in tutto il mondo, oggi lo fanno spesso da quartier generali localizzati all’estero. La letteratura di SF nostrana soffre della stessa malattia. Se da una parte siamo convinti sostenitori dei prodotti locali, dall’altra leggiamo in maggioranza libri di americani e inglesi per due semplici motivi. Primo, siamo vittime inconsapevoli del complesso dell’erba del vicino e secondo non osiamo scrivere come loro per una sorta di attaccamento al nostro glorioso passato letterario che tuttavia ci condanna a un immobilismo mentale e a un colpevole atavismo. In Inghilterra un autore di SF come Alastair Reynolds ha appena firmato un contratto da un milione di Euro con la casa editrice Gollancz per scrivere dieci romanzi in dieci anni mentre da noi e’ quasi sconosciuto.